Armato delle sue Polaroid, tra cui una rarissima, monumentale 50×60, Maurizio Galimberti si è mosso nel solco di questa gioia creativa. Affascinato dalla verve dei disegni per i tessuti, degli schizzi per le collezioni, degli appunti visivi per le campagne pubblicitarie. Il suo occhio fotografico ha indugiato sulle stoffe con i pesci (che Enrico Coveri non mangiava, ma adorava come suo segno zodiacale), sulle tute con i pupazzetti ispirati a una stella del graffitismo come Keih Haring (tributo alla reciprocità di influenze tra la maison e l’arte contemporanea), sugli abiti in paillettes, altro marchio distintivo dello stile Coveri. ‘Le paillettes stanno a Coveri come le catene a Chanel’, scrisse con fulminante lucidità Janie Samet su Le Figaro. Per Enrico, quei coriandoli di luce, quei piccoli dischi di colore dove il mondo si riflette e subito scivola via erano l’essenza della vita nel suo inarrestabile movimento, nel suo gioioso fluire di emozioni, nella sua vanità e irresistibile leggerezza. Tempestati di paillettes (che sono anche l’immagine più iconica e ironica dei mondanissimi anni Ottanta), abiti e accessori, mai uguali a sé stessi, mutano con i bagliori del giorno e con quelli artificiali della notte, muovendosi al ritmo stesso del corpo per assecondarne ogni gesto, ogni umore, ogni minima vibrazione. Le parole di Beba Marsano, giornalista, scrittrice e critica d’arte raccontano al meglio ciò che martedì 12 giugno, nell’ambito della 94esima edizione di Pitti Immagine Uomo, è accaduto tra le mura di Palazzo Coveri sul Lungarno Guicciardini, a Firenze. Un luogo magico che sorprendentemente catapulta chiunque vi si trovi dentro in un universo parallelo, dove si respira arte, colore, energia e a tratti anche un po’ di nostalgia.

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